Chiacchierate fra amici, gnomi e fantasmi

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Da piccola parlavo con gli gnomi. Non erano veri gnomi, ma ologrammi mentali di gnomi che facevo apparire, solitamente quando ero in bagno e avevo tempo da perdere. Per intenderci, erano ispirati ai sette nani del film Disney di Biancaneve, ma qualcuno aveva un basco e qualcuno un Akubra, e rappresentavano un po’ tutti i continenti (complice probabilmente Capitan Planet). Con loro potevo parlare di qualsiasi cosa: di mostriciattoli che avevo trovato in giardino di cui non capivo la provenienza, della stellina adesiva datami dal maestro a scuola, di quanto avevo odiato una lezione di danza. Loro mi ascoltavano sempre, sempre muti, sempre attenti. Eppure di amici a quell’età ne avevo (non ero ancora l’adolescente introversa che sarei diventata di lì a qualche anno). Ma immagino ci fossero certe cose che temevo i miei amici non avrebbero capito, e che potevo confidare solo agli gnomi.

Non so a che età ho smesso di convocare i miei gnomi durante le sessioni evacuative. Devo aver trovato altri meccanismi di difesa e di reazione allo stress. O forse hanno cambiato indirizzo ed erano passati ad ascoltare qualche altra bambina in qualche altro bagno.

‘I don’t get how the tuckshop lady expects me to have money for lollies. I’m 6 years old.’
by Nicola Quacquarelli

Ultimamente mi sono tornati in mente, quando mi sono accorta di aver sviluppato un comportamento simile.

Ero approdata da poco in Francia, quando i primi casi d’infezione da Covid19 sono apparsi in Europa. Mi approntavo a iniziare un nuovo lavoro, impegnata a organizzare mille cose – nuovo numero, conto in banca, assicurazione ecc. Poi, all’improvviso tutto si è bloccato. Tutto. Gli uffici erano vuoti, la banca era chiusa, il nuovo numero non mi è mai arrivato (e nemmeno mi è mancato più di tanto in un anno intero). Ma siamo esseri estremamente flessibili e adattabili e con qualche manovra e qualche modifica, ci siamo adattati.

Il mio corpo, per esempio, ha deciso che il sonno non gli serviva più – “tanto stai sempre a casa, interagisci con solo due, forse tre persone al giorno, da cosa ti devi riposare esattamente?”. Ok, hai ragione. Mi sono adattata, come hanno fatto in tanti. E invece di dormire, penso, recito, immagino, osservo, ascolto.

E intanto noto, nei momenti più stressanti, che delle nuove figure vengono a farmi visita in testa, non necessariamente in bagno ora. I volti dei miei amici più cari, quelli che non vedo da mesi e mesi, quelli che da anni mi ascoltano, incoraggiano, consolano, appaiono ora come ologrammi nella mia mente quando ho bisogno di uno sfogo. E il bello è che, a differenza degli gnomi, loro mi rispondono, con le loro voci, quelle delle loro versioni reali. Ma nonostante tutti siano lontani, sono tutti comunque a una telefonata o a un messaggio di distanza, in fin dei conti. Perchè non li chiamo o non gli scrivo? Perchè mi accontento della loro proiezione mentale e delle parole che io stessa gli metto in bocca in risposta ai miei problemi?

Mi sto adattando anche alla solitudine, all’assenza di amici, sostituendoli con i miei ricordi di loro, con quello che conosco delle loro reazioni, delle loro opinioni, dei loro comportamenti. Li sostituisco con fantasmi a loro immagine e somiglianza, ma animati dai miei ricordi. E quindi, essenzialmente, li sostituisco con me stessa?

Forse è il caso che vi chiami ora.

Gnome Friends to Phantom Friends:
A Bluegrass Jitter to Pandemic Crazies

When I was a wee girl, I was in the habit of speaking to gnomes. They weren’t real gnomes, just imaginary holograms that I would summon, usually when I was on the toilet and had time to kill. To be clear, they were sort of inspired by these plastic toy versions of Disney’s Snow White’s dwarves that my brothers and I had as kids, but they had different hats – an akubra, a berret – and they appeared as representatives of each continent (I think Captain Planet was to blame for that). I could tell them anything: I’d tell them about whatever weird animal I’d found in the garden, of the funky star sticker my teacher had given me, of how much I’d hated a ballet class. They always listened, quietly, attentively. It’s not like I didn’t have friends at that age (I wasn’t yet the awkward teenager I’d become a few years later). But there must’ve been things I thought my friends wouldn’t understand, that I could only tell the gnomes.

I’m not sure at what stage I stopped summoning my gnomes during toilet sessions. I must’ve found other coping mechanisms, or maybe the gnomes left to hang out with some other kid in another toilet.

‘I don’t get how the tuckshop lady expects me to have money for lollies. I’m 6 years old.’
by Nicola Quacquarelli

But they popped back into my mind lately, when I realised I’d developed a similar behaviour, now that I’m well into my thirties.

I had only just arrived in France when the first cases of Covid19 appeared in Europe. I was getting ready to start a new job and was busy organising everything I needed: a new number, a new bank account, insurance, etc. Suddenly, however, everything shut down. Everything. Offices were empty, banks were closed, I never received that new sim card (nor did I miss it much over the course of the following year). Luckily we are profoundly flexible creatures, and with a few adjustments, we’ve adapted.

My body, for example, decided it no longer needs to sleep – ‘you’re always sitting at home anyway’, it would say to me, ‘you interact with maybe two, three people a day – what exactly do you need rest from?’. Ok, fair enough. So I adapted, as did so many others like me. And instead of sleeping, I think, I rehearse, I imagine, I observe, I listen.

Meanwhile I’ve noticed that, when stress gets the better of me, a new lot visits me in my mind, not necessarily while I’m at the toilet this time. The faces of my closest friends, the ones I haven’t seen in months, if not years, the ones who have listened to, encouraged, consoled me over the years, appear to me like holograms in my mind’s eye when I need to vent. The cool thing is that, unlike the gnomes, they talk back, with their own voices, the voices of their real counterparts. But while they are all physically far away, they’re all just a phone call or a text away really. So why don’t I call or message them? Why am I content with mental projections of them and of words which I put in their mouths in answer to my problems?

It’s as if I’m adapting to this new loneliness, this physical absence of friends, replacing them with my memories of them, with what I know of their reactions, their opinions, their behaviours. I replace them with phantoms in their image and in their clothes, but it’s my memories of them that breathes life into these phantom friends. So, essentially, I’m replacing them with myself?

Perhaps it’s time to give you all a call.